La primavera dei popoli

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15 AUG 20
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"Angosciati ma poco attrezzati per giudicare. Auguriamo al piccolo popolo della Libia (7 milioni) percorsi di democrazia e di prosperità" così scrivevo ieri su Twitter. Poi ho letto il fondo di Repubblica scritto da Bernardo Valli e mi sono chiarito le idee. Ho capito che non ci sarebbe stato un nuovo Iran fondamentalista in Nord Africa. Che la protesta dei giovani tunisini ed egiziani è genuina e smaliziata e il fondamentalismo islamico non c'entra. Che gli eserciti hanno aderito alla rivolta con la condiscendenza Usa, ma la rivolta era venuta prima, innescata dal bisogno e propagata da Internet. Che stiamo assistendo alla primavera africana che purtroppo, a differenza di quella sovietica, si sta macchiando di sangue in Libia, ma inevitabilmente sboccerà e fiorirà rigogliosa. L'articolo si chiude con l'elogio ad Obama e la condanna di Berlusconi colpevole di aver riflettuto un attimo prima di parlare. Ho letto la dichiarazione di Berlusconi, che è arrivata a distanza di tre ore. Parole meditate di un capo di Stato confinante, preoccupato per i lavoratori italiani in Libia, per le imprese e per gli approvvigionamenti di energia. Preoccupato dell'impatto dei profughi con le nostre frontiere e consapevole degli impegni del dopo. Impegni obbligatori indipendentemente dagli esiti della insurrezione libica. Perché, a differenza degli altri nostri partner europei, noi dobbiamo convivere con la Libia e col suo popolo, con o senza Geddafi. Può dire lo stesso Onama? O gli altri zelanti, a chiacchiere in Europa? La Francia, la Gran Bretagna, la Germania hanno le centrali nucleari. Noi, per colpa dei nemici di Berlusconi, le abbiamo distrutte e siamo dovuti scendere a patti con i vari Rais per la fornitura di petrolio e di gas. Come dovremo, anche con i vincitori di questa sfida. Allora oggi ho scritto su Twitter: "Ragazzi del Magreb, sappiate che gli italiani parteciperanno alla vostra primavera. Anche se dovesse arrivare in ritardo. Noi ci saremo!"